Perché vivere all’estero è meglio, ma ogni tanto val la pena pensare di ricominciare, forse

No borders magazine è uno di quei siti che leggo sempre. Mi piace, ci trovo sempre degli spunti interessanti e pensare che dietro il nome inglese ci siano menti italiane mi riempie di orgoglio.
Quando penso a No borders magazine, penso inevitabilmente a Rachele che vive in Lussemburgo, al suo entusiasmo per il viaggio che si è trasformato in una cosa concreta, a quanto brava è stata insieme agli altri che lavorano a questo progetto con lei. E penso, come un copione già scritto, a tutti quelli che vivono fuori dall’Italia per lavorare o realizzare progetti o perché un giorno hanno deciso così e adesso fanno fatica a tornare. E che sono miei amici, tutti, che sento spesso e con cui, a volte, litigo, perché ogni volta che c’è una elezione politica, ogni volta che le cose vanno male – e sono andate male spesso, in questi ultimi anni – ogni volta che qualcosa è impossibile e che una aspettativa è disattesa scrivono, dicono o pensano: «Io non torno nemmeno questa volta» e io mi sento in colpa, perché nemmeno questa volta sono riuscita a fare qualcosa di buono.

Rachele ha scritto questo post: è largamente condivisibile; mi lamento spesso anche io dell’incapacità di fare seguire azioni alla volontà pura e semplice delle idee e penso che chi vive la condizione di fuorisede sia migliore, in questo senso: porta con sé la voglia di fare, perché non può farne a meno. Voglio dire: chi va a vivere in un altro posto, e più o meno deve reinventarsi, è costretto, per necessità di sopravvivenza, a fare e a dare seguito alle sue “semplici” volontà. Non imputa l’insuccesso alla burocrazia, Rachele, né all’Italia fatta male ma al fatto che di fronte alle nuove idee noi siamo indifferenti.
Andare via perché si è costretti, come è successo a Rachele, è terribile e ci vuole del coraggio che non tutti hanno, come dell’entusiasmo che non tutti hanno.

L’entusiasmo di una generazione, però, è fatto dell’entusiasmo di chi ce l’ha e lo porta all’estero, dell’entusiasmo di chi rimane e cerca di sistemare le cose, dell’entusiasmo di chi ci prova e fallisce, riprova e fallisce ancora, dicendosi che è l’ultima volta, dell’entusiasmo di chi minaccia, ogni giorno, di partire, mollare tutto e rinunciare a vivere adiacente alla soglia di povertà, nonostante lavori otto ore al giorno, cinque giorni a settimana con 32 giorni di ferie all’anno. Insomma, è fatto dell’entusiasmo collettivo, che forse Rachele non ci riconosce più o forse è stanca di provare a costruire, ma il suo entusiasmo, come quello dei miei amici che vivono all’estero e fanno delle cose meravigliose, è suo e può farne quel che vuole, può portarlo dove vuole, può lasciarlo un po’ anche qua. Io, per esempio, non la guarderei sbiadita. Lo so, non è molto, ma da qualche parte bisogna pur ricominciare.

Vedo entusiasmo in alcuni dei miei coetanei che vivono in Italia e che hanno poco o niente da perdere, come si dice, un entusiasmo non eclatante, probabilmente né visibile né di forte  successo, ma che per fortuna c’è, flebile e presente. Sì, lo so: siamo quelli che rischiamo di accontentarci del “meglio flebile che niente”, ma da qualche parte, come dicevo qualche riga fa, bisogna pur ricominciare.